Ventimiglia, due anni dopo

Ventimiglia, due anni dopo. Così tanto è passato dall’ultima volta al confine. Duecentosette chilometri da casa. Guidando, tra una galleria pericolante, un cambio di carreggiata e una fila interminabile di camion, calcolo che Zoagli è più vicino a Milano, Pisa, Parma che a questo mondo di mezzo, che sempre Liguria è. Rifletto che dal crollo del Ponte non mi sono più spinta di là. Uno spartiacque emotivo. Un buco spazio-temporale che non sono riuscita a riempire o saltare.

Quando arrivo, piove. Il traffico è congestionato. Una rotonda e una via stretta e contorta danno il tempo ai movimenti della città. So tante cose di Ventimiglia. So che non c’è più il campo Roja, luogo confinato e ai confini della normativa: non hotspot, non centro di permanenza e rimpatrio. Non spazio di accoglienza, forse di transito. Un non luogo pieno di contraddizioni e di promiscuità, ora quasi “rimpianto” per il vuoto che ha lasciato, quanto meno come possibilità di riparo per le persone più fragili. So che le persone continuano ad arrivare, a singhiozzo come a singhiozzo sono i decreti ministeriali che regolano i movimenti interni delle persone tra regioni in tempo di Covid, come a singhiozzo sono i rilasci dopo il periodo di isolamento forzato post sbarco sulle navi – quarantena. So che il flusso non si ferma, che è prevalentemente composto da uomini soli, provenienti non solo da Sud, dal mare, ma anche dalla Rotta Balcanica e, sempre di più dallo sfacelo del sistema di accoglienza che in due anni ha “espulso” centinaia di persone che si sono ritrovate con il permesso sbagliato per poter rimanere in un progetto di stabilità e inclusione. So che ci sono gli attivisti che sopperiscono non sono alla mancanza di idee, ma anche alla mancanza di operatività e di solidarietà umana delle istituzioni e so che ci sono iniziative atte a tamponare il dormire all’addiaccio almeno di donne e bambini. So che la stazione, la spiaggia, gli edifici abbandonati, i binari continuano ad essere casa per troppi. E so che la frontiera con le sue pratiche inumane, illegittime e miopi non ha mai smesso di agire, di giocare cinicamente a ping pong con i corpi delle persone. Non ha mai smesso di guardarle morire, piangere, tentare e ritentare. Non ha mai smesso di opporre una resistenza armata alla tenacia dei sogni e dei bisogni.

So tutte queste cose, ma attendere davanti a una casa occupata insieme a un cumulo di spazzatura e immaginare cosa vi sia all’interno è diverso. Stringermi il piumino per il freddo e scavalcare una coperta bagnata abbandonata per strada non è la stessa cosa che immaginarla.

Guardo, in frontiera, ragazzi seduti sotto un grande telo di plastica bere del tè caldo, chiacchierare o semplicemente aspettare che spiova o un autobus che restringa i 7 km che separano quel luogo dal centro di Ventimiglia. Parlo solo con i più intraprendenti, quelli che chiedono, quelli che si presentano, quelli con cui condivido l’inglese o il francese, quelli che sventolano increduli fogli che significano un respingimento. Guardo le scarpe. E sopra, le gambe magre, avvolte in tute troppo leggere. I timidi, i troppo stanchi, i diffidenti, non si avvicinano, rimangono ombre anche nella mia giornata.

Si parla di 100, 200 respingimenti al giorno. La sera, al parcheggio lungo il fiume per la distribuzione di cibo caldo conto una cinquantina di persone. Stanno in piedi a gruppetti, con la mascherina, prima, poi in fila silenziosa e lenta. Si mangia accovacciati sull’asfalto al buio. Ricordavo camionette delle forze dell’ordine a presidiare questo spazio e questo momento. Ora solo un camper di un’organizzazione medica francese.

Sto in disparte e osservo in silenzio i movimenti precisi e quotidiani di chi arriva, monta un tavolino, ci mette su due pentole, comincia a fare porzioni generose senza sapere se ce ne sarà per tutti. Mi sento poco più di una turista, combattuta tra la voglia di andarmene, come stessi violando uno spazio intimo (la vita delle persone in movimento) e – pur non facendo niente – la necessità di essere lì. Combatto tra l’accettare questa quotidianità che sa di “normalità” e che mi entra nelle ossa come l’umido portato dal vento e la voglia di ribellarmi. Se fossi qui anche domani, penso, le facce sarebbero diverse, ma la scena sarebbe identica. Un eterno ritorno.

Forse la parola che dovrei urlare è squallido. Ma dopo, cosa mi rimarrebbe? Dopo che hai tolto – in fasi diverse, in modi diversi, con responsabilità diverse – il diritto a una casa, al cibo, al lavoro, al sonno, alla felicità, al movimento, alla socialità…dopo che lo accetti come situazione non più emergenziale ma strutturale, dopo che rafforzi il sistema di mantenimento di tutto questo, cosa rimane?

Faccio il giro lungo per tornare in albergo (non ho voglia di ascoltare le rassicurazioni del gestore rispetto alle misure di sicurezza adottate da quando il centro di accoglienza è stato chiusosa…arrivano qui senza documenti) e dalla passeggiata a mare guardo i detriti accatastati sulle spiagge a ricordo dell’alluvione di alcune settimane fa. Pur nella fatica del lavoro quotidiano con persone straniere, mi sento protetta dal vivere lontano da qui. E’ che non voglio anestetizzarmi.

Cammino e capisco perché, per quanto sia disarmante, è necessario per me stare (anche) al limite. Perché la bruttura la posso arginare, se ci sono più sguardi, più mani, più voci. Non la posso davvero condividere, ma sospendere, attutire, smussare, spezzettare.

La bruttura, per cambiarla, non basta conoscerla, devo viverla sulla pelle. E non farmene una ragione.

Foto di Céline Martin da Pixabay 

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