Ventimiglia: pezzi di una mappa emotiva

La Ventimiglia di questi giorni non è facile da raccontare. C’è la violenza, verbale e fisica. C’è la disperazione, il coraggio e la determinazione. Ci sono l’arabo, il tigrino, l’urdu. Ci sono l’inglese, il francese, l’italiano. Ci sono la polizia, i carabinieri e gli alpini, il no border, il volontario, lo scout, l’avvocato, il giornalista, l’operatore umanitario. Ci sono gli abitanti, i turisti, i migranti. Ci sono la vita e la morte, il lecito e l’illecito, la mera legalità e la giustizia. Ci sono le ordinanze che vietano di dare cibo e acqua ai migranti e ci sono i soldi che si fanno sui migranti. Ci sono le schede telefoniche Laica, che si comprano in Francia senza bisogno del documento. Ci sono gli orari dei treni e i binari di partenza. Ci sono magliette, scarpe, zaini, scatolette di tonno e bottigliette di plastica lasciate a metà di un viaggio, per essere più migrantileggeri. Ci sono giacigli improvvisati nei piloni dei ponti o negli arbusti del greto di un fiume in secca. Ci sono assembramenti informali sui muretti o nelle aiuole di un parco. Ci sono scabbia e febbre alta, bimbi che nascono nonostante le loro mamme vorrebbero aspettare fino a dopo il confine, ci sono i passaparola e le mappe. Ci sono fratelli in Germania, mariti in Francia, amici in Inghilterra. Ci sono telefonate con viber o whatsapp, ci sono soldi da chiedere per continuare il viaggio. Ci sono impronte digitali prese con la forza, ci sono gli incubi di chi è sopravvissuto a un naufragio, ci sono i segni di torture. Ci sono paure, spie e passeur. C’è sabar, la pazienza. La pazienza di chi aspetta i tempi burocratici italiani ed europei. Sabar di chi si mette in fila per un pasto, di chi dorme su materassi per terra o su brandine sotto un cavalcavia, di chi condivide necessariamente spazi e tempi con persone sconosciute. Sabar di chi inganna il tempo facendosi le treccine, giocando a calcio, pelando le patate per il pranzo comunitario o curando a turno i bambini che sono di tutti. C’è la relocation che nessuno vuole perché nessuno vuole andare in un posto senza poterlo scegliere, ci sono i figli lasciati in Etiopia, ci sono i fratelli in Sudan da far studiare, ci sono le foto di famiglia o quelle con gli amici nel mare dell’Eritrea. Ci sono fogli di via scritti in lingue incomprensibili, ci sono referti medici. Ci sono le leggende metropolitane, che valgono di più delle informazioni legali, ci sono le impronte digitali che solo dopo dodici mesi “scadono” rendendoti libero e c’è la paura che non sia vero. C’è una condizione di irregolarità che difficilmente si potrà sanare a meno di ottenere il riconoscimento della protezione internazionale, di avere un parente stretto o di uscire dall’Europa. Perché la voglia di una vita migliore non è motivo sufficiente per essere riconosciuti cittadini, o anche solo umani. C’è mushkila, problema, e il suo contrario, mafi mushkila. C’è una politica miope, un disegno più grande che andrebbe rifatto. Ci sono yekenyelei e shukran.

Tutti i confini saltano, nella Ventimiglia di questi giorni, tranne la frontiera.

Ventimiglia rimane uno dei pochi luoghi di passaggio verso l’Europa. La vorrebbero impermeabile. La raccontano stremata. La vogliono in emergenza, ostaggio della storia, ma è solo un punto di vista privilegiato da cui guardare alcune certezze che vanno in pezzi. L’occasione, forse, di costruirne altre.

E’ una tappa, né l’inizio né la fine del viaggio in cui basterebbe dire  tsibuk edil e intabehi ala nafsak, bina’jah (fai attenzione e buona fortuna, in tigrino e arabo).

 

 

 

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