Prossima fermata Ventimiglia

Ventimiglia me l’aspettavo diversa. Sì, lo so, sono ligure e dire che non solo non sono mai stata a Ventimiglia ma che nemmeno mi sono mai interessata a come fosse fatta, non mi mette in buona luce. È che me l’aspettavo piatta e non Migrantiso perché nuova. Un po’ squallida, a dirla tutta. La sorella triste di San Remo, almeno per quanto riguarda il glamour patinato affibbiato a quest’ultimo, almeno una volta l’anno.

Ventimiglia è in realtà due, come spesso accade. Una parte nuova su cui non mi soffermerò e una vecchia, arroccata e bellissima, a ridosso del confine. Quella arroccata e bellissima ha vicoli stretti, ombrosi, per lo più pedonali e abbelliti da vecchie vetrine in legno. Ai suoi piedi c’è il nuovo porto turistico in costruzione e di proprietà – si dice – di Alberto di Monaco.

A sinistra della collina, l’interporto di dubbia (per dirla eufemisticamente) gestione confina con il fiume che ha fatto da letto per un certo periodo ai migranti. Oltre il fiume, una chiesa, la nuova casa dei migranti in attesa che sia ultimato il nuovo centro di accoglienza da centocinquanta posti. Domenica vi erano accolti circa settecento migranti. Una moltitudine nera indistinguibile a occhi e orecchie inesperti per provenienza o lingua. Uomini giovani, la maggior parte dei quali, scoprirò successivamente, eritrei e sudanesi. Una moltitudine in attesa, sdraiata a contendersi le poche zone d’ombra. Accanto, accatastati, zaini e coperte, resti di effetti personali da avere sempre a portata di vista. Nei locali sottostanti la chiesa, la comunità musulmana di Nizza aiutava ad organizzare i viveri, mentre le poche donne e bambini si riposano. Attaccati ai muri fogli multilingue informativi. Passo abbastanza inosservata. Questi occhi sono abituati a veder passare.

Arrampicandosi sulla collina, verso la Francia come indica il cartello, immediatamente sotto il nucleo abitato antico vero e proprio, la strada è bloccata sui due lati. Da sabato, infatti, un gruppo di quattrocento migranti si è messo in cammino verso la frontiera. La Francia è la meta. Tra la meta e il corteo due blindati, poliziotti, nastri banchi e rossi che delimitano uno spazio invalicabile almeno a chi ha la pelle nera. Nascosti, dicono, ci sono altri blindati.

A Ventimiglia si attende. Domenica in modo più evidente. Si attende di vedere riconosciuto il proprio diritto a muoversi. Il proprio diritto a scegliere dove ricominciare a vivere dopo essere scampati a violenza, morte e povertà.

Si attende anche se si sa che la legge, ottusa, dà poche speranze. Si attende sotto il sole. In quattrocento.

Strizzando gli occhi per il sole, a prima vista il paesaggio umano mi appare immobile. L’ombra è il filo rosso da seguire per incontrare corpi per lo più troppo vestiti e volti giovani con occhi grandi. L’ombra, in questo ramadan di rinuncia e assenza, è la mappa per muoversi tra chi sta seduto, sdraiato, per mano. Tra chi sceglie di dormire isolato o chi fa flessioni. Per chi si toglie le scarpe e chi invece delle scarpe ha delle semplici infradito. Di mano in mano passano una ciotola azzurra con dei biscotti, un sacco di banane e di mele. Qualcuno mangia, qualcuno rifiuta, qualcun altro si indigna perché non bisogna accettare il cibo offerto da chi poco prima ha proposto una mediazione giudicata irricevibile.migranti

Sullo sfondo, giù giù, le spiagge affollate di luglio.

Sullo sfondo, a pochi metri, dietro gli striscioni di Amnesty e di “Open the border”, le divise, gli scudi e i manganelli.

In quattrocento chiedono di poter passare. In quattrocento chiedono diritti per se stessi, per quelli che sono rimasti alla chiesa, per tutti gli altri che il nuovo sistema basato sugli hotspot – che somma ulteriori ingiustizie e prassi illegittime alle già esistenti (e purtroppo consolidate) ingiustizie, prassi illegittime e falle del sistema di accoglienza italiano ed europeo –

non considera umani.

Moriremo qui dicono rifiutando la proposta di passare “irregolarmente” la frontiera a piccoli gruppi.

Moriremo qui, piuttosto che muoverci in gruppi piccoli, molto più facili da individuare e da rispedire indietro.

Indietro dove? A volte nel paese di origine, se l’Italia ha firmato accordi bilaterali di rimpatrio. A volte nei CIE, centri di identificazione ed espulsione. A volte semplicemente nel nulla, un nulla solo più lontano e non visibile perché i centri sono pieni e le procedure non sono applicabili. Dal nulla non rimane che ripartire. Più di un ragazzo seduto in attesa in questa domenica, è già ritornato dal nulla un paio di volte.

Qui, gli attivisti, hanno cominciato a chiamarli, correttamente, rastrellamenti e deportazioni. I più, invece, la chiamano ipocritamente sicurezza.

Per qualche momento, in questo pomeriggio uguale a mille altri, si è temuta un’altra carica dei poliziotti, oltre a quella della mattinata, utile a far arretrare il corteo di una cinquantina di metri liberando così un incrocio. Effetti collaterali di questa azione, un gomito sanguinante di un’attivista, una manganellata alla schiena di un altro che stava filmando la scena e botte democraticamente elargite a tutti. Che se si chiedeva, ci si sarebbe spostati.

Io non sono una abituée di frontiere, assetti antisommossa e finte mediazioni.

Non sono nemmeno così esperta in riconoscere poliziotti infiltrati, passeurs, giornalisti o semplici curiosi.

I visi bianchi, non molti oggi, intorno a me sono più esperti, vengono da Ventimiglia o da più lontano. Sono di associazioni cattoliche o no borders. Sono mamme che hanno cucinato un po’ di più o figlie che seguono il loro esempio. Sono singoli o gruppi organizzati.

E allora che faccio lì? Niente di preciso, se non condividere uno spazio, sedermi e aspettaVentimigliare. Sedermi e sentirmi in imbarazzo nel vedermi offrire la banana e la mela e accettare solo con la condizione di poterla dividere con gli altri tre volontari sudati e seduti accanto a me.

Niente di preciso, se non ascoltare storie. Di bianchi e di neri. Di quella volta, in cui l’anno scorso, sugli scogli c’era molto più caldo. Di quella volta in cui è passata la ruspa a distruggere l’accampamento e a spazzar via i viveri e la scorta d’acqua. Di quella volta in cui le botte te le danno in Libia, ma anche in Italia. Di quella volta in cui, se penso a cosa hanno passato i miei genitori, io là non ci torno.

Che faccio lì? Nulla di preciso, se non – in caso – prendere le stesse botte, sfidare la stessa frustrazione, non far morire la stessa speranza che una casa a cui tornare è un diritto di tutti.

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