
Oggi, otra vez. Un’altra volta, Questa storia. Pare io viva di prime volte. Mi nutro di quella sensazione un po’ effimera e illusoria di freschezza, di novità, di successo, di ordine che mi invade ogni volta che cambio pagina, tiro una riga, metto un punto e vado a capo. Io nella vita, sono così. Io nella vita, vivrei di prime volte.
Oggi, otra vez. La nuova prima volta. Mi si chiede, ancora prima di loggarmi se voglio installare l’aiuto di un agente AI: io devo solo scrivere, lui/lei farà il resto. Il badante, praticamente. Non ricordando password, utente, colore del blog e nemmeno template o font, per un nano secondo ho pensato fosse una bella idea (vuoi vedere che non sono una scrittrice costante e di successo perchè non lascio fare il lavoro di bassa manovalanza al ChatGPT di turno?). Poi ho visto che era a pagamento. Poi ho pensato che quel poco di originalità per quanto sconnessa, egoriferita, di provincia sarebbe scomparsa. E ho cercato il foglietto dove avevo scritto la password.
Ho un fan, mio papà. A lui dedico questo post. Otra vez, la primera vez.
Continuo a non cucinare. Continuo a non trovare alcuna gioia nel passare ore a scegliere ingredienti, a mescolarli, tagliarli, soffriggerli, impiattarli. Continuo a non trovare alcuna gioia nel ripulire tutto, come hanno ripulito la spianata di Waterloo dai cadaveri dopo la sconfitta di Napoleone. Probabilmente sarei la candidata perfetta come assaggiatrice delle barrette proteiche del World Food Program.
Continuo anche ad avere un rapporto alterno di amore e odio con il cibo. Eppure, per qualche arcano motivo, ogni era glaciale, c’è un momento in cui decido di farlo. Io vivo di prime volte e di slanci emotivi. Decido, ma non pianifico. Io, come un kamikazee, inizio. C’è quindi, anche oggi, una sorta di ingenuità reiterata, di infantile presunzione nel mio guardare il pacchetto di preparato per plumcake, l’olio di semi e le due uova che ho davanti. Aggiungo, come piccolo gesto di ribellione alla standardizzazione dei plumcake, spicchi di mandarino salvati dal rattrappimento del tempo. Intanto, avrei voluto fare i muffin. Ma ho comprato i plumcake. Potrei elencare altri ambiti, più privati e forse ancora più goffi in cui “pensavo fosse amore e invece era un calesse“. Intanto serve una frusta, che io non ho. Poi una bilancia, che io non ho. E una teglia 15×20 che io… Ho Google però e una memoria visiva in cui la frusta era sostituita con una forchetta e la bilancia con oggetti scelti come unità di misura. Individuo una teglia che ho visto usare per il forno, il mio plumcake sarà largo e basso. Quanti sono 80 ml di acqua? E 120 di olio? Random tra sei cucchiai e mezza tazzina da caffè. Ma se anche voi provaste…a meno che la tazzina non sia dei Minons, non contiene la stessa acqua dei cucchiai.
Ogni mio gesto è impacciato: le uova non si rompono sul bordo della ciotola, che peraltro è venata e perde contenuto. La farina si spande in una nube posandosi ovunque come una coltre di vecchio. Il composto non è fluido, ma magmatico e grumoso come la lava appena rappresa. Io nella vita sono così: non mollo. Resisto con una determinazione che rasenta il sacrificio. Io rimango bruco, mai farfalla. E guardo il timer. Nessuna ricetta, pare, essere in grado di prevedere il reale tempo di cottura. Probabilmente il tempo di cottura è questione di sicurezza nazionale. Io nella vita sono così: aspetto. A volte, poi, nell’aspettare, mi perdo.
C’è un che di rassicurante, di compiuto, nel guardare la cucina pulita, senza testimoni e senza tracce. C’è un che di piccolinamente trasgressivo nel guardare la teglia con orgoglio e dire pero’ dai... E c’è un che di gentilmente realistico nel messaggio della nipote piccola che, guardando la foto, lucidamente scrive: ma lo hai già cotto? E’ pallido.
Io nella vita sono così: confondo il sembrare con l’essere, ma vado avanti. In cerca del bello, comunque.


