Il castagno dei cento cavalli

Ryanair ti costringe all’essenziale con la sua discutibile politica dei bagagli a mano. Anche i libri devono essere piccoli e chi, come me, fa su e giù per la penisola, orma si è abituata a formati tascabili, copertine morbide, forme flessibili.

Il castagno dei cento cavalli“, di Cristina Cassar Scalia rientra nella categoria dei libri “viaggiabili”. Non sono particolarmente fans della serie che ha come protagonista Vanina Guarrasi e la sua squadra investigativa, se così si può chiamare, ma complici attese, maltempo e necessità di sgomberare la mente, è stato un buon compagno di alcuni pomeriggi liguri della scorsa settimana. Poi forse, dato biografico, il fatto di vivere da oltre un anno a Palermo, città natale della Vice Questore e luogo a cui torna sempre più spesso, romanzo dopo romanzo, me la rende più familiare, senza però scaldarmi mai così tanto come il Guerreri di Carofiglio o Scavone di Manzini.

La storia di questo ultimo libro si dipana non solo tra est e ovest dell’isola, ma anche tra passato e presente: un puzzle abbastanza intuitivo che si ricompone tra un iris di ricotta e decine di guloises e un intrico ospedaliero a base di tradimenti e clientelismo.

Probabilmente è proprio questo che ci si aspetta da romanzi così, godibili senza sussulti: il sentirsi a casa. Sapere cosa farà Vanina appena sveglia, cosa dirà il gigante Macchia, quante tisane berrà la Bonazzoli e quante strigliate si prenderà Patanè dalla moglie gelosa. I pochi colpi di scena, peraltro di personaggi finora secondari, non aggiungono quasi nulla all’intreccio e alla suspance.

Come però spesso avviene le descrizioni dei luoghi fanno la differenza.  Mi è venuta davvero voglia di andare ad “incontrare” il Castagno, albero millenario dal diametro importante, che può ingoiare persino i morti, come – prima o poi – riusicrò a fare un salto all’Addaura, sperando che mi riconcili con questa città di mare che si dimentica di averlo e di respirarlo.

Non amo dare giudizi a forma di stellina ai libri che termino. Sono comunque una finestra su un mondo, un punto di vista diverso dal mio e soprattutto, un modo gentile e lento di entrare nella storia di qualcun altro.


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