Io sono ancora qui di Walter Salles (3 candidature a Premi Oscar) – “Una storia vera di resilienza e trasformazione, di cui Salles offre una declinazione trattenuta e personale” (come dicono gli esperti).
Sospensione, nelle sue declinazioni anche più burocratiche e meno conosciute, è la parola che è risuonata di più nella mia settimana.
Sospesa è la vita di chi fa la coda, per notti e notti, davanti alle Questure d’Italia per vedersi rinnovare o rilasciare un permesso, un pezzo di carta, che lo renda nuovamente e almeno parzialmente “visibile”.
Sospesa è la vita di chi aspetta che un giudice decida se può attendere regolarmente in Italia l’esito di un ricorso.
Sospesa è la vita chi cerca, disperatamente, una moglie o un compagno inghiottiti dal deserto o dal mare.
Sospesa è la vita della famiglia Paiva, da quella fine del gennaio del 1971, quando Rubens, marito di Eunice e padre di 5 tra figlie e figli, viene prelevato dalla sua casa a pochi passi dalla spiaggia di Rio de Janeiro per “qualche domanda” e mai più riportato. Di lui rimarrà una macchina rossa, parcheggiata nello spazio interno a una caserma.
Sospesa – senza ulteriori spoiler – per anni e anni la vita di chi resta, prima di veder riconosciuto il diritto alla morte, il diritto a sapere della morte.
La dittatura, in Brasile come nel resto del mondo, è così: da una parte uccide e dall’altra punisce i vivi con l’incertezza.
Non è un film leggero, ma è un film lucido, che mai induce al sentimentalismo o alla rabbia (peraltro comprensibile). E’ un racconto di vita nonostante tutto, addolcito dal suono delle onde di Rio, dalla musica malinconica e dalle fotografie e dai video originali. E’ la forza contro la brutalità. E si piange tanto.
Io sono ancora qui, mi ha riportato nei laboratori orafi di Montevideo, in Uruguay, con i racconti dei Tupamaros sopravvissuti all’isolamento e alle celle sotterranee e nelle cui parole ritornavano i segni sui muri, incisi con le unghie o con le nocche, per non perdere la nozione del tempo. Una righetta verticale per ciascun giorno e poi una orizzontale, per ciascuna settimana passata al buio.
Io sono ancora qui mi ha riportato alle origini della mia incapacità di accettare la cattiveria gratuita, l’abuso di potere, la tortura e la paura come strumenti di governo. Mi ha riportato a Plaza da Mayo a Buenos Aires e ai mille luoghi, di oggi e di ieri, dove le persone sono oggetti. Nell’indifferenza e nell’inazione, anche mia.
Mi ha riportato al pensiero di Sara, amica sempre saggia e piena di luce: “dire di no è possibile, anche quando ha un prezzo“.

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