Dicono che tentare non nuoce.
Dicono.
Le cose della vita fanno strani giri. Ricordo perfettamente, avrò avuto otto o nove anni, un costume tagliato e buttato sotto il calorifero, accanto a una me piangente e rannicchiata sul pavimento. Chi lo buttava era mia madre esasperata all’ennesimo mal di pancia a suo dire creato ad arte per non andare in piscina. Erano i tempi in cui i bambini dovevano fare sport (non almeno uno sport). E il nuoto, si sa, è quello più armonioso e completo. Poi, come non voler fare nuoto con i racconti malinconici della nonna, a cui non ho mai visto toccare l’acqua in vita sua, sui suoi brillanti trascorsi da nuotatrice…se non ci fosse stata la guerra, ah, cosa sarei diventata. La piscina di Rapallo era tonda e io ne ricordo il buio e il freddo.
Ciclicamente, però, la piscina nella mia vita torna. Come quegli amori che non sbocciano, ma nemmeno finiscono. Periodi più o meno lunghi di nuotate prima del lavoro. Di capelli umidi, di meditazione fluida e silenziosa. Di benessere faticoso. L’ultima volta è stata tre anni fa.



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